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Il Punto di... Michele Albanese
27 Luglio 2003

Finanza Sostenibile, Etica e Terzo Settore

Riflessioni

Da sempre le scelte di investimento sono state influenzate, in via prevalente, da parametri finanziari. Il rendimento finanziario è stato, da sempre, il parametro “unico” da considerare allorché si voleva realizzare un investimento. Tuttavia non si può non sottolineare come in questi ultimi anni si è iniziato a sentire parlare di investimenti etici - investimenti socialmente responsabili e di investimenti con finalità sociale; vale a dire di investimenti che non sono dettati ed influenzati solo da paramenti finanziari e dal rendimento finanziario (convenienza economica), ma anche dalla priorità di perseguire uno sviluppo equo e sostenibile.

La “finanza sostenibile” si identifica nel perseguimento di uno sviluppo sostenibile. Vale a dire di uno sviluppo che tende a soddisfare i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere le capacità delle generazioni future, di uno sviluppo che salvaguardi l’equità sociale, la protezione dell’ambiente e consenta di raggiungere una competitività economica intesa come capacità dei sistemi economici di creare ricchezza in favore di tutti i cittadini e nel rispetto dell’ambiente.

Lo sviluppo sostenibile si basa sul principio di responsabilità di un soggetto economico verso altri soggetti economici, una responsabilità morale nei confronti di coloro che hanno un interesse diretto o indiretto agli effetti dell’attività di impresa e verso tutti i soggetti con i quali questa intrattiene rapporti.

Alla luce delle considerazioni preliminari riportate, la finanza sostenibile è quella che mette in forte relazione le attività finanziarie con lo sviluppo locale, con la lotta alla disoccupazione, con la protezione dell’ambiente.

In questo contesto il ruolo delle banche diventa fondamentale e, soprattutto, diventa fondamentale il ruolo di banche locali, come quella che dirigo da anni, che non si è mai sottratta nello svolgere un ruolo di promotore dello sviluppo locale, un ruolo che, alla luce della ristrutturazione sia del sistema finanziario ma anche della realtà sociale, va sempre potenziato e non va, certamente, legato a interventi episodici, ma deve divenire parametro determinante nell’ambito del processo decisionale che porta alla definizione delle politiche aziendali.

Il legame con il territorio e con la realtà sociale che lo caratterizza è stato da sempre un elemento caratterizzante le Banche di Credito Cooperativo; la loro presenza, sempre più radicata nel territorio ha consentito di evitare che si realizzasse una sorta di esclusione finanziaria intesa come difficoltà di una fascia sempre crescente della popolazione di accedere a servizi finanziari di base.

Le Banche di Credito Cooperativo sono riuscite a vincere una scommessa: mantenere un contatto con le proprie origini e seguire, operando in una logica di movimento e di gruppo, gli sviluppi e la crescente complessità dei mercati.

Le altre banche, purtroppo, non sono riuscite in questo.

Chi deposita i propri risparmi presso una BCC fornisce ad essa una delega precisa con riferimento alle scelte di erogazione del credito che deve avvenire, per legge, nello stesso territorio di riferimento.

Le Banche di Credito Cooperativo, inoltre, nascono e si sviluppano per soddisfare le esigenze di finanziamento dei soggetti razionati dalle banche più grandi, perché considerati più rischiosi e meno in grado di offrire adeguate garanzie, assicurando, così, la crescita dei singoli e dell’economia locale.

Per riallacciarmi al principio appena delineato posso certamente affermare che, da molti anni, il nostro istituto ha rivolto attenzione particolare allo stimolo della piccola imprenditoria, al sostegno di attività con finalità sociali; attenzione che, per via delle aggregazioni, fusioni ed incorporazioni avvenute nel sistema bancario, molti grandi istituti hanno relegato in secondo piano.

L’articolo 8 della Legge 59 del 31 Gennaio del 1992 prevede espressamente per le società cooperative l’obbligo di destinare una quota degli utili netti a fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione. Tale legge è, di sicuro, un valido punto di partenza che ci contraddistingue, in quanto cooperativa, da altre istituzioni finanziarie ma che non deve rimanere unico riferimento della politica sociale ma costituire la premessa per numerose iniziative ed un impegno crescente.

Certo, si è ancora lontani da una vera finanza etica, intesa come finanza basata sulla equa remunerazione del risparmio e su una gestione economica dello stesso indirizzata verso lo sviluppo sociale ed ambientale ma, di sicuro, il nostro può essere considerato un buon punto di partenza da migliorare e potenziare in un settore, quello finanziario, che resta pur sempre caratterizzato dalla presenza di interessi speculativi rilevanti e dalla valutazione del “rendimento finanziario” di ogni operazione realizzata e da realizzare.

Per passare da una visione prevalentemente remunerativa ad una finanza che si basi sempre sul duplice criterio della vitalità economica e della utilità sociale, occorrerà del tempo e, soprattutto, occorreranno degli interventi del legislatore capaci da dare un impulso rilevante a tale visione.

Ad esempio nel corso di questi ultimi anni si sono diffusi, soprattutto negli Stati Uniti, titoli cosiddetti etici facenti capo ad aziende socialmente responsabili che hanno anche conseguito, in un periodo di cattivo andamento della borsa, rendimenti elevati; in Italia ci sono oggi 13 fondi etici che devolvono anche la metà delle commissioni di gestione in favore di fondazioni che perseguono attività di ricerca e che sostengono enti no profit; fondi che si caratterizzano anche per l’escludere gli investimenti in società attive nel settore delle armi, alcol, fumo tabacco ed energia nucleare.

Quindi, in sostanza, si sta incrementando l’offerta di opportunità finanziarie etiche che fa supporre un progressivo sviluppo, nei prossimi anni, di una vera “finanza etica” nel nostro paese capace di favorire il raggiungimento di uno sviluppo sostenibile.

Ovviamente siamo solo all’inizio perché, se da un lato è vero che una gestione patrimoniale responsabile può avere efficaci impatti sull’occupazione e sulla tutela ambientale, non si può negare che tale fenomeno interessa solo una piccola parte del sistema economico caratterizzato, ad oggi, da grandi imprese quotate mentre per il resto si assiste ancora ad una diffusa indifferenza, da parte di molte istituzioni finanziarie, rispetto a problemi sociali ed ambientali.

Lo sviluppo del “terzo settore“, poi, costituisce la prova del fatto che in realtà gli individui non operano sempre seguendo il proprio egoismo ma, spesso, su base volontaria e senza la ricerca di un tornaconto personale, offrono sostegno morale a soggetti più deboli.

Al terzo settore appartengono una pluralità di iniziative e di soggetti: tra questi indichiamo le fondazioni, le associazioni di volontariato, le associazioni caritatevoli e quelle che prestano assistenza.

In Italia il terzo settore presenta uno sviluppo abbastanza rilevante, soprattutto per quanto attiene al fenomeno del volontariato. Senza addentrarsi nelle caratteristiche peculiari dell’operatività, possiamo proporre alcune osservazioni sul rapporto tra il terzo settore e la finanza.

Con un pò di semplificazione occorre distinguere il caso di organizzazioni su base volontaria che operano in una logica di offerta gratuita di servizi a soggetti che possono pagarli e quello di organizzazioni che invece operano in una logica comunque di “far pagare” i propri servizi.

Entrambe queste tipologie di organizzazioni presentano un’esigenza di raccogliere finanziamenti.

Il loro operare dipende comunque, anche se in misura e con modalità diverse, dalla raccolta dei fondi necessari per poter sostenere il proprio funzionamento. Le fonti di finanziamento sono: i contributi pubblici, le donazioni e l’indebitamento.

Il rapporto con il mercato finanziario diviene indispensabile. Esso può svolgere funzioni di canalizzazione delle donazioni (è anche il caso di alcune realtà “etiche”) e funzioni di finanziamento. In questo caso occorre però che i finanziatori (banche o mercato) adottino criteri di valutazione delle garanzie reali e personali e della redditività attesa.

Sotto questo profilo le banche possono offrire un supporto e fornire un esempio operativo accettando le garanzie “morali” e intervenendo come “finanziatori” di operazioni imprenditoriali nel “terzo settore”.

Logicamente parlare di tali problematiche ed aspetti rappresenta una valida occasione per prendere coscienza dell’esistenza di una particolare e nuova finanza che se alcuni escludono molti altri ignorano e che non è molto pubblicizzata; spetta a noi tutti, ed in particolare alla Istituzioni finanziarie più legate al territorio ed alla realtà locale e sociale cercare di promuovere tale cultura rendendola conosciuta a tutti al fine favorire la nascita di investitori etici che non sono unicamente interessati al rendimento delle proprie azioni ma interessati a conoscere le ragioni di fondo che realizzano tale redditività, le caratteristiche dei beni prodotti, la localizzazione dell’azienda e soprattutto interessati a verificare su come gli affari sono condotti.

In conclusione, le interrelazioni tra economia, finanza e solidarietà sono complesse e multiformi. Occorre evitare di ragionare per classificazione e per categorie che semplificano la realtà, svilendola.

Tuttavia, gli spazi per sviluppare una sensibilità collettiva ai temi della solidarietà nei mercati finanziari e tra gli intermediari, sono estesi.

La coscienza civile deve permeare le istituzioni e il mercato, agendo da elemento di sanzione e incentivo affinchè le istituzioni, finanziarie e non, mantengano comportamenti corretti e improntati alla solidarietà.

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