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Il Punto di... Michele Albanese
26 Gennaio 2000

Terzo Settore e Cooperazione Sociale

In tutti i Paesi industrializzati sta emergendo una nuova categoria di bisogni, ai quali né lo Stato né il mercato sono in grado di dare una risposta adeguata.

Si tratta di bisogni relativi all’assistenza mirata e specifica, individuale e familiare, alle esigenze del benessere ambientale del contesto territoriale, alle esigenze di promozione cultuale e di organizzazione del tempo libero.

Questo spazio, sempre più ampio man mano che si vanno differenziando le forme della vita sociale, è occupato, oggi, da diversi soggetti, appartenenti al mondo della cooperazione sociale, dell’associazionismo e delle iniziative culturali; organizzazioni, in genere, con finalità diverse dal profitto (no-profit) ma che tuttavia non devono essere assimilate al modello di volontariato.

Se infatti il volontariato (lavoro volontario e gratuito) è certamente una delle forme più radicali con cui si risponde a questi bisogni emergenti, la gran parte dei soggetti di questo nuovo mondo in espansione opera, invece, in forme economiche remunerate ai costi, senza, cioè, fini di lucro.

Dalla ricca diversità dei soggetti e delle forme organizzative nasce, dunque, un vera e propria figura chiamata, appunto, “Impresa Sociale” ove opera e svolge la sua attività l’operatore sociale.

La necessità, percepita da un numero sempre maggiore di cittadini, di creare strutture stabili e ben organizzate, ma al tempo stesso flessibili ed efficienti, democratiche e responsabilizzanti, atte ad affrontare, partendo dal tessuto sociale della società civile, i problemi posti dai processi di trasformazione ambientale, sociale e culturale, ha fatto sì che l’intervento del privato, cosiddetto sociale, rappresentato dal volontariato, dall’associazionismo e dalla cooperazione sociale, abbia conosciuto, negli ultimi anni, un intenso sviluppo.

Per questo è necessario, nell’interesse di tutti, fare chiarezza sui requisiti sostanziali e indispensabili per poter definire come tale un’impresa sociale, dando un senso preciso sia al sostantivo (impresa) che all’aggettivo (sociale).

Nella produzione di servizi sociali, quantità, qualità e costi dipendono in primo luogo dalla capacità di coinvolgere gli operatori, di far sì che essi si identifichino con l’organizzazione e la sua missione, di spingerli a cercare spontaneamente la soluzione dei problemi, le opportunità che si presentano e i modi per sfruttarle.

La capacità degli operatori sociali di identificarsi con l’organizzazione per cui lavorano rappresenta la più importante forza nel rendere le organizzazioni efficienti nel raggiungere i propri obiettivi e nel metterle in condizione di competere efficacemente con il mercato.

Per realizzare questo profondo e strutturale cambiamento è dunque indispensabile che le imprese sociali si sentano impegnate e vincolate a perseguire una strategia di sviluppo centrata sulla capacità di organizzarsi in funzione dei bisogni dei cittadini anziché delle esigenze degli Enti Locali.

Strategia di sviluppo, quindi, non di tipo adattivo, dipendente cioè dalla quantità di servizi e prestazioni che gli Enti Pubblici decidono di “affidare a terzi”, ma di tipo attivo-innovativo, capace cioè di pensare, progettare e rendere disponibili servizi, ovvero beni relazionali, coerenti e adeguati alla domanda di miglioramento della qualità della vita.

Per realizzare questa dimensione del mercato occorre, però, che esista un’impresa capace di produrre un’offerta adeguata alla domanda che non deve essere interpretata o condizionata da un terzo committente (l’Ente Pubblico), ma sostenuta perché possa liberamente esprimersi.

In altre parole è necessario che le istituzioni riconoscano che nel nostro Paese è possibile realizzare un’economia non speculativa, orientata a massimizzare la sua finalità sociale, nella quale agiscono operatori, al tempo stesso economici e sociali.

Va inoltre consolidata l’idea che l’impresa sociale è un soggetto fondato su relazioni fiduciarie, perché la qualità dei servizi, nell’area dell’intervento sociale, dipende innanzitutto dalle caratteristiche dell’organizzazione e dalle sue capacità di attrarre e mantenere la fiducia di coloro che partecipano alle sue attività.

Questo obiettivo, purtroppo, è reso più difficile da almeno due condizioni presenti nel contesto:

  1. la possibilità che hanno di operare in questa stessa area soggetti e organizzazioni solo “nominalmente” sociali;
  2. il sistema e le regole dell’affidamento a terzi dei servizi pubblici che non solo non impediscono, ma di norma invitano all’accesso soggetti che non possono, in nessun modo, definirsi “operatori socio-assistenziali”.

LA COOPERAZIONE SOCIALE

La cooperazione sociale è nata nell’alveo del movimento cooperativo con l’ambizione di rappresentarne l’elemento di innovazione in quello che fin dalle origini ha sempre avuto come obiettivo, cioè costruire una società più giusta, coniugando logiche imprenditoriali e spirito solidaristico, partecipazione democratica ed efficienza organizzativa, valorizzazione della persona umana e proficua gestione delle risorse economiche. Tutto ciò per organizzare senza finalità di lucro servizi di interesse collettivo, in particolare a favore delle persone emarginate.
Da questi principi deriva uno specifico modello di impresa sociale caratterizzato da: gestione democratica e partecipata, trasparenza gestionale, piccola dimensione, specializzazione per area di intervento, forte legame con la comunità locale, integrazione societaria di lavoratori retribuiti, volontari, integrazione in rete con i servizi pubblici, le altre cooperative o Consorzi.

Le cooperative di solidarietà sociale erogano servizi sociali (cooperative di tipo A) e conducono attività produttive per favorire l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati (cooperative di tipo B).

Esse, pertanto, operano a favore di anziani, portatori di handicap, malati mentali ecc.

La crescita veloce delle cooperative sociali ha fatto sì che qua e là si comincino anche a cogliere segnali di distorsioni che se lasciate correre finirebbero, inevitabilmente, per sminuirne il senso profondo e decretarne, irrimediabilmente, il declino.
Infatti, una crescita troppo rapida, non assecondata da un’adeguata qualificazione dei fattori consolidanti, quali il sistema dei valori umani, la cultura, l’organizzazione, le risorse umane e quelle economiche, rischia di determinare una fragilità complessiva.

D’altro canto la facoltà di avviare cooperative sociali non è riservata a pochi soggetti, ma è libera, ed il successo di molte iniziative stimola altri a cimentarsi in questa esperienza. È quindi necessario e quanto mai importante controllare e guidare lo sviluppo di questo fenomeno.

Per fare ciò, secondo me, è indispensabile elaborare e imporre un codice della qualità cooperativa, dei comportamenti imprenditoriali e della vita associativa, da assumere come modello di riferimento.

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