22 settembre 2026
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Il fair play è essere. Anche nel nostro modo di fare banca

IL PUNTO DI 210926 SLIDE COMUNICATI

Qualche giorno fa ho avuto l’opportunità di partecipare, come relatore, al convegno organizzato a Roma sul rapporto tra fair play, sport, impresa, finanza e territorio.

È stato un confronto ricco di esperienze e riflessioni, ma una frase, più delle altre, mi è rimasta dentro. A pronunciarla è stata la Contessa Luciana Marcellini Gaddi-Hercolani, la più giovane nuotatrice olimpica della storia: «Il fair play è ESSERE».

Poche parole, semplici e fortissime.

Il fair play, infatti, non è soltanto il rispetto formale delle regole. È un modo di vivere, di lavorare e di stare insieme agli altri. È ciò che siamo quando nessuno ci guarda; quando dobbiamo scegliere tra la strada più conveniente e quella più giusta; quando potremmo approfittare della debolezza altrui e decidiamo, invece, di rispettarla.

Ripensando a quelle parole, mi sono domandato quanto il fair play appartenga anche al nostro quotidiano modo di fare banca.

La risposta è chiara: dovrebbe appartenergli fino in fondo.

Una banca entra nella vita delle persone nei momenti più importanti e, spesso, più delicati. Accoglie i risparmi di una famiglia, i sacrifici di una vita, il progetto di un giovane, il coraggio di un imprenditore, la preoccupazione di chi attraversa una difficoltà.

Dietro una pratica non ci sono soltanto numeri, documenti e indicatori. Ci sono persone, storie, speranze e responsabilità.

Applicare il fair play al nostro lavoro significa prima di tutto ascoltare. Ascoltare davvero, senza risposte già pronte e senza considerare il tempo dedicato a una persona come tempo sottratto al lavoro. Perché quel tempo è parte essenziale del nostro lavoro.

Significa parlare con chiarezza, non promettere ciò che non si può mantenere, proporre ciò che è realmente utile e non semplicemente ciò che conviene vendere. Significa custodire con discrezione le informazioni ricevute e trattare ogni persona con la stessa dignità, indipendentemente dal patrimonio, dal ruolo o dalla notorietà.

Il fair play si riconosce anche nel modo in cui affrontiamo un errore: non cercando di nasconderlo o di attribuirlo ad altri, ma assumendoci la responsabilità di correggerlo. La credibilità non nasce dalla presunzione di essere infallibili, ma dalla serietà e dall’onestà con cui rispondiamo delle nostre azioni.

Le regole sono indispensabili: tutelano il risparmio, garantiscono stabilità e impediscono comportamenti arbitrari. Ma nessuna norma, da sola, può produrre correttezza, sensibilità e responsabilità.

Si può rispettare formalmente ogni procedura e, tuttavia, dimenticare la persona che abbiamo davanti. Si può compilare correttamente ogni documento senza avere realmente ascoltato. Si possono raggiungere gli obiettivi senza aver costruito fiducia.

Nel lavoro, il fair play si fonda soprattutto sulla fiducia e sulla correttezza.

La fiducia non si impone per il ruolo ricoperto e non può essere pretesa. Si conquista nel tempo, attraverso la coerenza dei comportamenti, la trasparenza e il rispetto della parola data. Significa affidare responsabilità senza essere condizionati dal sospetto, ma anche meritare ogni giorno la fiducia ricevuta, senza mai abusarne.

La correttezza significa agire con lealtà, riconoscere i meriti degli altri, non utilizzare il proprio ruolo o le informazioni possedute per ottenere vantaggi personali. Significa comportarsi nello stesso modo sia in presenza sia in assenza delle persone interessate.

La correttezza significa agire con lealtà, riconoscere i meriti degli altri e non utilizzare il proprio ruolo o le informazioni possedute per ottenere vantaggi personali. Significa anche non denigrare i colleghi, soprattutto, alle loro spalle, non alimentare pettegolezzi o divisioni e avere il coraggio di esprimere eventuali osservazioni direttamente, con rispetto e spirito costruttivo. In fondo, essere corretti significa comportarsi nello stesso modo sia in presenza sia in assenza delle persone interessate.

Anche questo è fair play. 

Dove esistono fiducia e correttezza, le persone lavorano con maggiore serenità, si assumono responsabilità e si sentono davvero parte di una squadra. Dove vengono meno, invece, anche l’organizzazione più efficiente finisce per indebolirsi.

Chi guida deve indicare la direzione, ma anche saper ascoltare. Deve assumersi il peso delle decisioni e riconoscere il contributo della squadra. Un collaboratore rispettato e responsabilizzato non lavora soltanto meglio: sente di appartenere a un progetto comune.

Nel precedente editoriale avevo provato a spiegare perché le Banche di Credito Cooperativo debbano restare banche diverse e, proprio per questo, indispensabili alle comunità. Oggi credo sia necessario compiere un passo ulteriore: quella diversità deve essere resa visibile attraverso comportamenti concreti.

Il fair play è uno degli strumenti per riuscirci.

Non basta dichiararsi banca del territorio o Bcc. Occorre dimostrarlo nel modo in cui si accoglie una persona, si segue un’impresa, si mantiene una parola, si affronta una difficoltà e si partecipa alla vita della comunità.

Non basta affermare che mettiamo la persona al centro. La persona deve sentirsi davvero al centro quando entra in una filiale, quando telefona, quando chiede una spiegazione o manifesta una preoccupazione.

Non basta parlare di squadra. Bisogna costruirla ogni giorno, con fiducia, lealtà, correttezza, rispetto e condivisione delle responsabilità.

È in questi gesti, spesso piccoli e silenziosi, che si misura la coerenza di una BCC. Ed è nella coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo che una banca conquista e conserva la fiducia.

La tecnologia, l’innovazione e l’intelligenza artificiale potranno aiutarci a essere più veloci ed efficienti, ma non potranno sostituire il rispetto, l’empatia e la conoscenza delle persone. Nessun algoritmo potrà mantenere una promessa, assumersi una responsabilità o far sentire qualcuno realmente ascoltato.

Il fair play non è, dunque, un concetto riservato allo sport. È uno stile professionale e umano. È la scelta di competere senza perdere la correttezza, di perseguire risultati senza sacrificare la dignità, di esercitare un ruolo senza dimenticare il rispetto dovuto agli altri.

Per Banca Monte Pruno significa continuare a essere riconoscibile non soltanto per ciò che offre, ma soprattutto per come opera e per quello che è: una banca nella quale competenza e umanità, risultati e responsabilità, innovazione e relazione camminino insieme.

Forse sono concetti semplici e, per qualcuno, persino scontati. Ma le cose più importanti della vita sono spesso anche le più semplici. E proprio perché sembrano ovvie rischiamo, qualche volta, di dimenticarle.

Il fair play non si proclama: si pratica. Non vive soltanto nei codici etici, ma nei comportamenti quotidiani, nella parola mantenuta, nella correttezza di una scelta e nell’attenzione dedicata a chi ha meno voce.

In fondo, il fair play è essere.

Ed è dal nostro modo di essere, prima ancora che dal nostro modo di fare, che dipende la credibilità della Bcc che vogliamo continuare a costruire ogni giorno.

Michele Albanese

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